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Le donne e il Risorgimento
Di alcune figure femminili, la cui opera si intreccia con il processo risorgimentale e  vi  contribuisce, è stato scritto, anche in forma romanzata,  tuttavia non esiste una ricerca storica che superi una visione di genere. Inoltre, se di alcune l’opera e il nome restarono vivi nelle carte e nei documenti, ancor più numerose sono le donne  senza nome, che hanno operato personalmente o che hanno sostenuto i congiunti, subendo nei cuori lo strazio che altri soffrivano nella carne, per la prigionia, le torture, la guerra, senza contare le donne ferite, offese, uccise.
Così il loro eroismo si consuma, come quello delle eroine conosciute, in chiave di assoluta e spoglia quotidianità.
Le donne sono dunque presenti, nel primo Ottocento, in una prodigiosa varietà di atteggiamenti, di scelte, alcune delle quali così coraggiose e innovatrici da segnare una decisa maturazione culturale e spirituale, che le consegna a un destino di dolore e attesta una partecipazione piena alla dimensione civile del vivere. Ad esse va riconosciuto un realismo non puramente pragmatico, ma disposto a cogliere il senso concreto e profondo delle situazioni. Appare loro chiara la necessità di interventi immediati intesi a sanare situazioni contingenti e insieme connessi in una visione che abbraccia eventi e istituzioni in una logica storica.
Inoltre non temono di prodursi in testi a stampa di vivace e profonda concretezza e non rifuggono la dialettica critica.
Un esempio, non marginale. Violento e misogino, come molti altri, e spesso in conflitto con tutti, Francesco Domenico Guerrazzi non risparmiava critiche al genere femminile: nel 1857 dopo il Carnevale, pubblicò un libello dal titolo Memento homo, in cui deplorava con parole roventi la partecipazione delle donne ai balli. Gli rispose Nina Bardi, il 22 marzo, con una intensa brochure, per i tipi di Delle Piane di Genova, con parole piene di dignità e di orgoglio, ricordando le varie forme di presenza femminile, in questi tempi in cui il sesso dei forti (fatte poche eccezioni) s’addorme in vano torpore…
Relazioni personali, letture, viaggi, destano attitudini e sprigionano capacità operative nuove.
Le donne amano, soprattutto, e di questo amore alimentano progetti e attività.
Sia che aprano i loro salotti al nuovo spirito libertario, come Nina Schiaffino Giustiniani, o Bianca De Simoni Rebizzo, o accolgano gli esuli nelle loro case, come Giuditta Sidoli, o svolgano nuovi ruoli, come prodigarsi come infermiere, fondare scuole e istituti professionali, asili per gli orfani, studiare problemi sociali e del lavoro, come Bianca Rebizzo, Cristina Trivulzio, Elena Casati Sacchi, Luisa Solera Mantegazza, sia che combattano cavalcando come a Milano ,Cristina Trivulzio o sulle barricate, come a Novara Teresa Durazzo Doria o Anita Ribeiro Garibaldi a Roma - vicina al suo José a Villa Spada nel giugno 49, incinta del quinto figlio e destinata a spirare il 3 agosto dopo un calvario di 33 giorni, di marce forzate a cavallo, a 28 anni - oppure sostengano con la loro fede destini di esilio e di prigionia, esse consegnano alla storia e al futuro dell’Italia un patrimonio di valori morali e civili che accompagnerà il faticoso percorso dell’unità.
E tuttavia il riconoscimento del loro valore si ridusse spesso ad una valorizzazione di elementi romanzeschi, mentre una certa supponenza maschile impedì anche a uomini di valore di comprendere l’intelligente e costruttivo apporto di idee di alcune straordinarie figure di donne, quali Cristina Trivulzio.
Il cammino verso l’emancipazione sarà lungo, esse ad esempio avranno il diritto di esprimere il loro voto solo nel 1947, né si può affermare che si tratti  di un cammino compiuto.
A Muggiò, in provincia di Milano, v’è un cimitero con il mausoleo della famiglia Casati Stampa, ormai bisognoso di restauri. Nel 1830 vi riceve sepoltura Teresa, moglie di Federico Confalonieri. Per lei Alessandro Manzoni fece incidere sulla tomba il 26 settembre: Consunta, ma non vinta dal cordoglio
Arrestato il 13 dicembre 1821, Federico Confalonieri era stato condannato a morte nel 1823, il 9 ottobre, poi la sentenza venne commutata nel carcere a vita, per cui il conte fu tradotto il 10 marzo allo Spielberg. La sua sposa non lo ha più rivisto dal giorno dell’arresto. Di lei raccontava Giuseppe Mazzini, nel 1832: vedemmo la giovane moglie nata al sorriso d’amore, bella, pura, fiorente, strisciarsi ai piedi del teutono pregando che le fosse concesso il soggiorno nei luoghi ove geme il marito, e reietta la sua preghiera, venirle per grazia speciale ogni cinque o sei mesi una voce mossa dallo Spielberg a proferirle “Il numero 14 vive”e morì come un fiore inaridito, nel lungo dolore e nella insistenza d’un pensiero tormentatore.
Invano la sua amica contessa Erminia Frecavalli la sostenne con l’affetto devoto, carbonara pure lei.
Ora sulla tomba Casati questa epigrafe non si legge più, ma la memoria di questa sposa non deve essere perduta.
Un altro tremendo eposodio. Ad Alessandria il medico assai stimato Andrea Vochieri, arrestato perché diffondeva il verbo della Giovane Italia, non volle confessarlo, pur essendo incatenato alle mani e ai piedi e stretto al collo con una catena di ferro. Fu tenuto 56 giorni in una cella lunga solo cinque passi, con una piccola finestra a terra. Fu mandata a chiamare la moglie, che incanutì al vederlo, stretto dalle catene come un animale, i piedi nudi e piagati, irriconoscibile, e fu poi rimproverata dal governatore, che pensava avesse portato allo sposo del veleno, per ”defraudarne il patibolo”.
Il governatore Galateri lo condanna a morte, pur promettendogli salva la vita se confessa. Vochieri gli chiede di liberarlo dalla sua presenza e riceve un calcio nel ventre. Galateri lo fa portare al patibolo passando davanti alla sua casa, sotto le finestre. La sposa incinta sviene, la sorella impazzisce. Condotto alla Piazza d’Arme a porta Marengo, per giustiziarlo sono chiamati degli aguzzini, non fucilieri, che non riescono a ucciderlo dopo undici colpi, finché un agente non lo finisce con un colpo alla tempia.
Tante furono le madri generose ed eroiche, sollecite della formazione morale e civile dei figli.
Maria Drago ci lascia un prezioso carteggio prima col cugino Giuseppe Patroni, poi con l’avvocato Giacomo Bregante, per avere consiglio circa le letture e gli studi di Giuseppe. E’ da notare che Bregante suggerisce tra altri testi gli “Annali”del Muratori, perché “Il primo debito di un italiano è quello di conoscere la storia d’Italia”. E Giuseppe allora aveva undici anni.
Adelaide Zoagli, la cui famiglia annoverava due dogi, Nicola (1394) e Giambattista (1561)  nonché tre consoli, Anselmo (1117), Giordano (1131)  e Andalone ( 1165), sceglie per il giovanissimo Goffredo l’istituto dei padri Scolopi. Anche il figlio secondogenito è affidato ai calasanziani, nel collegio di Carcare.
Adelaide rifiuta i gesuiti, allora con sede nel palazzo Doria Tursi, perché odia la simulazione e l’intransigenza che avevano tanta parte nei sistemi educativi dei padri gesuiti. I Calasanziani invece facevano cardine del loro insegnamento la lealtà e una qual liberalità. Il padre Muraglia, maestro di Goffredo, faceva leggere Foscolo, Leopardi, Niccolini e Guerrazzi, Gothe, Byron Schiller, tutti messi al bando dai gesuiti.
I liberali genovesi preferivano dunque per la formazione dei figli gli Scolopi, e ciò spiega anche l’ammirazione del Mazzini per tre di loro, il padre Dasso, il padre Paroldo e il chiavarese Michele Bancalari, scienziato insigne. Ricordo che Vincenzo Gioberti, nel Gesuita moderno, narrava che i Gesuiti, per mezzo della confessione e corrompendo i domestici, si procuravano i segreti delle famiglie e li comunicavano alla polizia.
A proposito delle donne, e dei gesuiti, forse si ignora che a Chiavari, in provincia di Genova, nel 1846, l’11 ottobre, Goffredo Mameli, Gerolamo Boccardo, Nino Bixio, Nicolò Daneri, Stefano Castagnola, avevano fondato la Società Entellica, divenuta poi in autunno, a Genova, iniziati i corsi all’Università, Società poi Accademia Entelema.  Si trattavano temi di storia, di diritto, di economia, di politica.
Ebbene, questi giovani ad altri, col ricordo ancor vivo del Congresso degli scienziati, dopo la visita di Carlo Alberto a Genova il 4 novembre 1846 e la serata di gala al Carlo Felice, riuniti in casa del console di Francia, dove erano presenti anche alcune ragazze, dopo che Goffredo ebbe composto l’Inno, poi inviato a Torino all’amico Novaro che lo musicò, questi giovani dunque presero un impegno curioso. Non avrebbero sposato fanciulle che fossero state educate presso istituti in qualche modo ispirate ai gesuiti: Convinta la gioventù italiana essere suo stretto dovere il promuovere con quanti mezzi le è possibile il miglioramento dell’educazione e  lo sviluppo delle virtù patrie cittadine, virtù senza le quali non sarà dato a questa Italia risorgere, …i giovani sottoscritti si obbligano sotto legame d’onore di non riunirsi in matrimonio con zite state educate sotto la immediata o mediata direzione delle suore del Sacro Cuore, non solo, non pur con quelle che si conosce appartenere a parenti ligi o dipendenti dalla Compagnia dei Gesuiti…ovvero educate sotto la direzione spirituale degli stessi”
Questo prova come quei giovani desiderassero nel matrimonio anche una comunione di pensiero.
In quei giorni si celebrava il centesimo anniversario della rivolta antiaustriaca di Balilla, e il 10 si cantò l’inno composto da Goffredo. Dal Varo al Magra ardevano giganteschi falò sulle cime dell’Appennino, e mentre il marchese Giorgio Doria in processione con le autorità civili e religiose recava alta la bandiera già alzata contro gli Austriaci nel 1746, dietro di lui la sposa Teresa Doria, che farà consegnare le catene della Meloria da Genova a Pisa. capeggiava 150 donne genovesi.
Non passarono due anni che l’esercito di Alfonso Lamarmora inviato da Vittorio Emanuele II contro Genova, rea di aver proposto di continuare la guerra, la Prima Guerra di Indipendenza, dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, infieriva dal 29 marzo al 9 aprile contro i cittadini, ricevuta l’autorizzazione di effettuare ogni violenza e stupro. Il 5 aprile 1849 le batterie piemontesi sparano contro i genovesi e per 36 ore dura il combattimento. Poi i bersaglieri si abbandonano a violenze che i genovesi non potranno dimenticare .
Non parliamo delle torture cui vennero sottoposte le donne, le mogli dei fuggiaschi, nel regno di Napoli e nello Stato Pontificio.
In Sicilia Nicola de Matteis, feroce persecutore, incarcerava a centinaia donne, bambini e vecchi e li costringeva a fare delazioni a forza di bastonate.
Gli uomini erano legati con sottili fili per i pollici, gli alluci e i genitali, e a terra ricevevano nerbate, oppure così raggomitolati erano buttati giù a calci per le scale.
Nel 1846 Gregorio XVI stava per morire, ma non si placavano le torture, le persecuzioni. Il sospetto era diventato il clima quotidiano, con il carcere senza imputazioni e senza difensori, la tortura, la ruota, le tenaglie infuocate, i cadaveri profanati e dati in pasto ai lupi, la sedia ardente su cui venivano fatte sedere le donne, e poi si bruciava sotto della paglia, la macchina angelica che frantumava le braccia, il cerchio di fuoco che faceva schizzare gli occhi fuori delle orbite…E come potevano stare le donne? L’ansia per le persone care, l’angoscia per il loro destino, i problemi economici…son motivo di strazio nell’anima e nel corpo.
E un altro oltraggio viene fatto alle donne: venivano falsamente addotte le loro implorazioni per indurre gli uomini a confessare.
Contro i milanesi che avevano deciso di astenersi dal fumo  (che dava un reddito all’Austria di lire 1.386.786, annue) i soldati di Radesky guastarono, stuprarono, come in una città presa d’assalto (lo racconta Vittore Ottolina, veterano della Guerra di Indipendenza).
Le donne salgono sulle barricate: Rosa Vega muore sotto una pioggia di pallottole, lo ricorda Giovanni Montanelli. Una donna disarma tre poliziotti, altre contrastano i croati, con gli schioppi e le carabine, nelle memorie di Giorgio Pallavicino.
Nei salotti si parla di libertà, di indipendenza, di Costituzione, di diritti, aborrendo i monopoli e i privilegi, mentre l’ala più avanzata della democrazia, con Giuseppe Ferrari, Carlo Pisacane, affronta la questione sociale.
Nel salotto di Clelia Piermarini, Massimo d’Azeglio viene sollecitato a riannodare le fila dei patrioti, frenando le forze indisciplinate, e sostenendo la fede di chi sperava di eliminare il potere del papato. Poco dopo la morte della moglie Giulietta Manzoni, sposa Luisa Blondel, che verrà esiliata per aver organizzato una questua per i feriti vittime degli sbirri austriaci. Ma Luisa gli procura tramite Teresa Doria moglie di Giorgio, i documenti per la stesura de I lutti di Lombardia. Aveva già pubblicato Gli ultimi casi di Romagna, di cui in otto giorni furono vendute 2.000 copie, una requisitoria inesorabile.
Poi D’Azeglio combatte a Pastrengo come Cesare Balbo, che ha con sé cinque figli di cui uno morirà proprio a Pastrengo. Al monte Berico, dove sarà ferito, Luisa corre ad assisterlo.
A Brescia, dove continua la lotta dopo la “fatal  Novara”, le donne combattono con gli uomini, e vengono ricordate da Cesare Correnti due sorelle,” fanciulle entrambe, di vita e di casa onorate, che sembravano martiri, più che combattenti…”
A Torino la signora Farini, Emilia Peruzzi a Firenze, i Borromeo, i Litta, i Visconti, i Trivulzio, i Trotta accolgono a Milano Marco Minghetti, i fratelli Visconti Venosta, Emilio Dandolo, Stefano Jacini. Il salotto Maffei riunisce l’alta borghesia, aperta ai liberi commerci e alle scienze.
A Genova tiene salotto d’opposizione Luisa Nina Schiaffino Giustiniani, come Bianca Milesi, esule da Milano in quanto fondatrice della prima sezione della Carboneria nel 1821. Poi fugge a Parigi, dove accoglie Confalonieri, Pellico e il giovane Cavour.
Carlotta Benettini è arrestata nel ’33 per la sua fede mazziniana: sarà nel ’49 sulle barricate con il figlio Carlo.
Enrichetta de Lorenzo, amante di Carlo Pisacane, sarà a Roma nel ’49 come infermiera, con Giulia Calame moglie di Gustavo Modena, e Cristina Trivulzio.
Bianca Rebizzo riceve Nino Bixio, Gioberti, Aleardi, Mercantini, Paganini e numerosi esuli, tra cui nel 1857 Giuseppe Mazzini. Organizza comitati di soccorso, e dà lavoro a decine di esuli, oltre a porre le basi per il collegio italiano delle fanciulle.
Le donne intervengono anche pubblicamente con i loro scritti, a cominciare da Cristina Trivulzio, e poi Bruna Milesi Moyon, Laura Solera Mantegazza, Elena Casati Sacchi, la giornalista inglese Jessie White  imprigionata per i moti del 57, che sposerà Alberto Mario conosciuto in carcere …
Cristina Trivulzio riesce ad impegnarsi in tutte queste attività. Meriterebbe una giornata dedicata a lei sola. Ora vorrei ricordare, oltre a numerose altre opere, come si prodigò, insieme a Bianca Rebizzo, Elena Casati  Sacchi, Laura Solera Mantegazza, nell’organizzare efficacemente l’assistenza ai feriti, su ordine del Mazzini, e nell’opera di infermiera tra quei volontari, come Nino Bixio, Goffredo Mameli, o Gerolamo Induno che combattevano a difesa della repubblica Romana, nel 1849, Queste donne, che curavano con dedizione i feriti e restavano vicine ai morenti, furono giudicate da Pio IX, che riteneva li distraessero dalla preghiera, “sfacciate meretrici”. Così furono definite nell’Enciclica dell’8  XII ’49 Nostis et nobiscum.
La geniale e generosa Cristina Trivulzio subì dunque le incomprensioni di molti, compreso il Manzoni bigotto, che pure aveva accettato la cospicua eredità dell’amante della madre, Carlo Imbonati. Cristina, coltissima (conosceva il latino, il francese, l’inglese, la filosofia, la musica, il disegno) aveva sposato Emilio Barbiano di Belgioioso, donnaiolo inaffidabile, nel 1824, e nel 28 lo lascia (era sifilitico), pur continuando ad aiutarlo finanziariamente, per stabilirsi a Genova, dove viene accolta dalla vecchia Marchesa Pallavicino e lì conosce Adelaide Zoagli Mameli, e le marchese Teresa Doria e Nina Giustiniani. Genova, tradita dal Congresso di Vienna, con un sovrano del tutto ignorante vissuto in esilio in Sardegna, aveva aderito alla Carboneria e ora guarda alla Francia. La memoria della cacciata degli Austriaci, la fiera tradizione repubblicana, l’esperienza napoleonica, una nuova cultura imprenditoriale, la presenza di moltissimi esuli a cui si apriva generosamente la casa, rende la città una fucina di liberali e rivoluzionari.
Cristina viaggia per l’Italia, frequenta salotti come quello di Ortensia Beauharnais, madre di Luigi Napoleone, a Firenze recita Shakespeare in inglese, frequenta il Gabinetto Viesseux, vi  conosce il Tommaseo e il Poerio, che la stimano molto.
Dalla Svizzera, dove è compromessa per aver approvato la costituzione liberale nel Canton Ticino, passa in Francia. Conosce i più importanti storici e con il Thiers e il Guizot propone l’unione europea. Finanzia insurrezioni in Piemonte, con 60.000 lire, che andranno perdute e l’Austria le sequestra i beni. In un discorso alla camera salva T. Mamiani, Pepoli e Zucchi fatti prigionieri. Le sono amici devoti Balzac, De Musset, Bellini, Stendhal, List, Heine, Chopin, La Fayette. Traduce Leopardi e G.B. Vico in Francese. Nel suo salotto, dove riceve anche il Cavour, si ascolta Mozart, ad esempio il Requiem, e tutti i musicisti del primo Ottocento. Fonda la Gazzetta Italiana, a cui il Manzoni però non vuol collaborare, perché giudica disdicevole scrivere su un giornale fondato da una donna.
Torna nel 1841 in Lombardia. Tutto è assopito. Cristina trasforma i suoi terreni in colonia agricola, crea il primo asilo infantile, fonda scuole elementari per maschi e femmine, e scuole professionali (vi si insegna economia domestica, tecniche agrarie, canto), ateliers per pittori, restauratori, rilegatori, stamperia, centro infermieristico, dà pasti caldi, medicine gratuite: è un modello di falansterio. Le sue proposte saranno seguite solo da Ferrante Aporti.
Le sue opere apprezzate in Francia sono criticate dal Manzoni, che non la riceve quando Cristina viene a visitare l’amata Giulia Beccaria morente. Il Tommaseo la conforta, come Hugo, Dumas padre, Sainte-Beuve, Michelet, Balzac….
Dopo l’elezione di Pio IX va a Torino e discute con Balbo, Cavour, Brofferio, Carlo Alberto. Nel gennaio del 1848 fonda a Napoli l’”Ausonio”, e a marzo il “Nazionale”, che sostiene il progetto dell’unificazione. Alla notizia della insurrezione di Milano, noleggia il Virgilio e va a Genova con 170 volontari. Con loro sale a Milano dove l’attende Gabrio Casati. Combatterà, e i suoi volontari saranno anche a Curtatone e Montanara. Nello stesso tempo scrive sul “Crociato”, e sulla “Revue des deux Monds” per indurre i patrioti a superare le divisioni. Dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, va a Roma, dove sostiene la Repubblica e Mazzini le affida la gestione dell’ospedale.
Ancora qualche esempio di  eroismo di donna. Nel 1854, quando Cavour portò il Piemonte alla guerra in Crimea, passò dinanzi alla coste di S. Fruttuoso di Camogli il piroscafo inglese Croesus, che portava soldati in Crimea. Ci fu a bordo un incendio, si ignora se per errore o sabotaggio, e l’equipaggio si gettò in mare. Dalle vicine barche dei pescatori, tra quelli che per salvarli si buttarono in mare, c’erano anche due sorelle, Maria e Caterina Avegno, che perirono trascinate a fondo dagli uomini presi dal panico. Il loro gesto eroico fu riconosciuto dal governo britannico, ed esse furono tumulate a San Fruttuoso nel mausoleo dei Doria.
Pier Carlo Boggio, deputato liberale amico di Cavour, scrive una storia dei fatti del ’59 e racconta come le donne spingessere alla guerra quei medesimi per cui avrebbero dato la vita.
Garibaldi ricorda a Varese la morte del più giovane dei fratelli Cairoli, Ernesto, elogiandone la madre Adelaide Bono, moglie del dottor Carlo Cairoli di Pavia e con lei tutte le madri.
In Sicilia, fallito il primo moto a Palermo il 4 aprile 1860, nel corso delle terribili repressioni fu anche percossa e imprigionata la vecchia badessa del convento di S. Maria, rea di aver assistito i feriti.
I contatti fra i comitati siciliani e i comitati di Malta e Genova erano tenuti dalla moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmesson, che poi fu dal marito abbandonata in povertà. (Per questo la regina Margherita quando Crispi, presidente del consiglio dei Ministri, le si presentò, gli voltò le spalle.)
Molti nomi potremmo ancora citare, ma concludo, ricordando un personaggio dell’arte, che incarnò l’eroismo femminile, dell’Attila di Verdi la giovane Odabella, l’eroina della libertà di Aquileia.
Le quattro straordinarie frasi di recitativo vocalmente ardite e nuove con cui proclamava la sua irriducibile scelta di libertà suscitavano gli entusiasmi più intensi alla Fenice di Venezia quando l’opera fu presentata la prima volta il 13 marzo 1846, poi nel gennaio ‘47 al C. Felice a Genova, e nel ’50 a Chiavari.
Vorrei ora terminare con pochi versi composti per le donne che si batterono per la Resistenza, a completare un cammino libertario, non ancora concluso.

Piccola Italia, non avevi corone turrite
Né matronali gramaglie.
Eri una ragazza scalza,
 coi capelli sul viso
e piangevi
e sparavi.

E’ di Elena Bono, una delle più alte voci poetiche del ‘900, e siamo onorati di averla a Chiavari, nostra concittadina. [Elvira Landò]
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