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Bandiere e fazzoletti risorgimentali dell’Istituto Mazziniano, un patrimonio da valorizzare alla ricerca di “mecenati”
L’Istituto Mazziniano - Museo del Risorgimento, conserva un patrimonio storico e artistico ricco e assai variegato, costituito da documenti, dipinti, stampe, armi, uniformi, fotografie, cimeli, bandiere e stendardi, che in parte esulano dalla stretta cronologia del Risorgimento italiano e coprono un arco temporale più ampio, dall’insurrezione di Genova contro gli Austriaci in antico regime (1746) al secondo conflitto mondiale e alla Liberazione.
Per quanto attiene allo specifico ambito delle collezioni tessili, una sezione assai ricca e particolarmente significativa dal punto di vista storico, è quella costituita dalle bandiere, stendardi (1746- 1945) e dai fazzoletti risorgimentali, che ammontano in totale a una novantina di esemplari.
Tra le bandiere si ricordano in particolare:
la Bandiera della Giovine Italia (Tricolore a strisce orizzontali, Seta; 1833, cm. 75 x 90),
recante il motto “Unione Forza Libertà” appartenuta al mazziniano Antonio Dodero, costretto all’esilio per il suo coinvolgimento nei moti genovesi del 1833, che la portò con sé a Marsiglia, Galatz e Braila, Costantinopoli. Per sua volontà fu donata al Comune di Genova dal nipote, Napoleone Dodero;
il Tricolore Dio e Popolo (lana; 1847, cm.175x132), appartenuto al patriota marchigiano Luigi Paris, esule in Genova dal 1843 per motivi politici. Insieme a Goffredo Mameli, fu il primo a sventolare pubblicamente un “rivoluzionario” tricolore quale simbolo di un’Italia unita e repubblicana, durante la solenne processione di Oregina del 10 dicembre 1847, svoltasi a ricordo della cacciata degli Austriaci del 1746, malgrado il divieto della polizia.
Luigi Paris nel 1849 prese parte alla rivolta di Genova e alla difesa della Repubblica Romana; fu in occasione della rivolta di Genova che nella banda bianca della sua bandiera fece inscrivere il motto mazziniano “Dio e Popolo”. Condannato a morte, fuggì negli Stati Uniti, portando con sé il prezioso cimelio. Lo riconsegnò alla città di Genova al suo ritorno, nel 1891;
La celeberrima Bandiera dei Mille (Napoli, 1860, cm. 140x190), tricolore in seta con ricami in oro, reca al centro la figura di Garibaldi, affiancata dall’allegoria dell’Italia; accanto il leone di San Marco, simbolo di Venezia, è tenuto in catene dall’Austria. Ai quattro angoli, sia del recto che del verso, medaglioni con i nomi di località protagoniste della leggendaria Spedizione (Milazzo, Palermo, Napoli, Catania, Caiazzo, Calatafimi, Capua, Reggio). Si tratta della bandiera tricolore che le patriote napoletane ricamarono e donarono a Garibaldi, accolto trionfalmente a Napoli nel settembre del 1860 durante la Spedizione dei Mille. L’Eroe dei due Mondi a sua volta, il 19 ottobre a Caserta, la consegnò ufficialmente al valoroso corpo dei Carabinieri Genovesi di Antonio Mosto, i quali a loro volta il 15 febbraio 1861 la affidarono definitivamente al Municipio di Genova, affinché la conservasse. Negli anni successivi il tricolore dei Mille, per volere dello stesso Garibaldi, uscì da Palazzo Tursi solo in particolari circostanze, quali i solenni funerali di Giuseppe Mazzini, svoltisi a Genova il 17 marzo 1872, e per la commemorazione del generale Stefano Canzio a Palazzo San Giorgio il 22 giugno 1909. Nel 1915 fu consegnata al Museo del Risorgimento (inaugurato il 5 maggio 1915 a Palazzo Bianco), per essere poi trasferita all’Istituto Mazziniano, inaugurato il 22 giugno 1934 nella casa natale di Mazzini in via Lomellini;
la bandiera della I.ère Brigade de l'Armée des Vosges (Bandiera tricolore di lana; 1870, cm. 158 x 167), donata al Comune dai discendenti di Stefano Canzio e Teresita Garibaldi nel 1909. Glorioso vessillo appartenuto all’armata internazionale al comando del Generale Garibaldi,, composta da volontari italiani tra i quali i figli di Garibaldi Menotti e Ricciotti, e il genero Stefano Canzio.), e di altre nazionalità - polacchi, ungheresi, spagnoli, statunitensi - che giunse in soccorso della Repubblica Francese, proclamata il 4 settembre 1870, che aveva deciso di continuare la guerra contro i Priussiani, .
La raccolta dei Fazzoletti risorgimentali comprende trentacinque esemplari di grande formato, realizzati in funzione celebrativa e propagandistica, assai diffusi nella nostra Penisola a partire dall’elezione al soglio pontificio nel 1846 di Pio IX. Alcuni fazzoletti inneggiano ai principi riformatori, uniti in un patto di fratellanza nella Lega Italica: Pio IX, Leopoldo II Granduca di Toscana e Carlo Alberto re di Sardegna. Un secondo gruppo di fazzoletti si riferisce a una delle tappe fondamentali del nostro Risorgimento: l’alleanza tra il Piemonte e la Francia in occasione della Seconda Guerra di Indipendenza (1859). L’effigie dei difensori dell’Unità Italiana, Vittorio Emanuele II, Napoleone III, Garibaldi, Cavour, viene riprodotta su drappi di seta dal bordo rigorosamente tricolore, dove la bandiera italiana e quella francese sventolano appaiate, e dove non manca l’immagine satirica dell’aquila bicipite, simbolo dell’impero austriaco, a cui uno zuavo e un soldato piemontese strappano le penne. Questi fazzoletti erano diffusi e venivano esposti alle finestre durante le numerose dimostrazioni popolari. Altri esemplari, di dimensioni più limitate, spesso finemente ricamati a mano, erano destinati a far mostra di sé nei salotti.

Le raccolte sopra descritte, per tipologia, quantità e dimensioni, necessitano di particolare cura sia nella fase di conservazione, sia in quelle espositive e di studio.
Se per quanto attiene agli aspetti espositivi, il riallestimento totale del percorso museale inaugurato nel 2005 grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo , ha permesso di garantire l’esposizione a rotazione e in sicurezza di un numero ridotto di bandiere (quelle di minori dimensioni), l’Istituto è ad oggi purtroppo ancora privo di un deposito attrezzato per la conservazione e lo studio dei reperti tessili non esposti (in particolare le bandiere di grandi dimensioni).
Grazie all’approvazione dell’ ART BONUS, (D.L. 31.5.2014, n. 83, Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo", convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29/07/2014), che prevede tra l’altro un credito d'imposta per le erogazioni liberali in denaro a beneficio del patrimonio del patrimonio culturale, siamo alla ricerca di “mecenati” che ci aiutino a sostenere economicamente il progetto del nostro museo, che prevede la realizzazione di un deposito attrezzato nel quale le bandiere verrebbero “rullate” su speciali tubi, inseriti e fissati in apposite strutture, che potrebbero ospitare bandiere, labari e stendardi, in uno stato ottimale di conservazione. I fazzoletti risorgimentali verrebbero, invece, collocati in uno scaffale a ripiani con rispettivi vassoi interni, con sportelli di chiusura dotati di grata, per una maggiore areazione interna. I locali verranno preventivamente ritinteggiati e le finestre schermate con tende tecniche a scorrimento, per evitare infiltrazioni di raggi UV, particolarmente nocivi per i reperti tessili.
Grazie all’A.N.V.R.G, e a Camicia Rossa, che ci consentono di dar voce a questo progetto, speriamo che sia possibile trovare uno o “MILLE“ mecenati, in grado di rendere possibile il progetto. E’ sufficiente versare anche una piccola somma, moltiplicata per 1000, attraverso un semplice bonifico finalizzato, per dare vita ad un progetto significativo, con vantaggi fiscali per il donatore a fronte di modalità estremamente semplici.
Per maggiori informazioni sull’Art Bonus e su come donare: www.artbonus.gov.it; http://www.comune.genova.it/content/artbonus. Per informazioni e chiarimenti sul progetto “Bandiere e Fazzoletti risorgimentali: raffaelaponte@comune.genova.it, 010 5574808.
Grazie Mille!

Presentazione del volume di Annita Garibaldi Jallet, Ricciotti. Il Garibaldi irredento, La Maddalena, Paolo Sorba Editore, 2012

Desidero per prima cosa esprimere tutta la mia gratitudine ad Annita Garibaldi Jallet, ad Antonello Tedde, Presidente della Sezione ANVRG “Teresita Garibaldi” di La Maddalena, alla dottoressa Laura Donati, Direttrice del Museo di Caprera, al Comune di La Maddalena e a tutti gli altri organizzatori di questo incontro per il privilegio di questo invito: è per me estremamente lusinghiero ed emozionante avere una parte attiva nel festoso battesimo, in questi luoghi così sacri e suggestivi, di un libro la cui lettura attendevo con impaziente golosità, avendone seguito attraverso alcuni cenni di Annita alle sue ostinate ricerche in questa o quella direzione o alle varie svolte della sua stesura, quanto meno le fasi più recenti della sua gestazione.
Ho potuto averlo finalmente tra le mani solo pochi giorni fa, alla Libreria dell’Isola di Palau, e già a prima vista, nello sfogliarlo con la gioia della conquista. mi ha rallegrata, anche se non sorpresa, data la consueta eleganza delle edizioni Paolo Sorba, la bella grafica della copertina, con quella immagine in primo piano, di un Ricciotti Garibaldi pensoso e fiero, bell’uomo maturo dallo sguardo intenso e quasi di sfida, una sfida sorretta dalla memoria, evocata alle sue spalle da un disegno sfumato del momento più glorioso fra le sue imprese di combattente, e con accanto l’omaggio dei versi di D’Annunzio a quella tradizione garibaldina che, anche attraverso i suoi figli, egli volle far vivere e rappresentare: felice sintesi visiva della connotazione storica principale del più giovane dei figli di Giuseppe e Anita Garibaldi. La genesi e la vicenda di questa “tradizione dinastica”, come concepita dal suo ideatore, sono largamente e dettagliatamente ricostruite in tutto il loro svolgimento, da ultimo assai problematico, nei tempi del nazionalismo e del fascismo, in questo ricchissimo volume, che porta il lettore a capire le ragioni anche psicologiche della scelta di Ricciotti di farsi emulo ed erede della gloria militare paterna e continuatore, con i figli maschi, di un volontariato sempre sorretto, in linea di principio, dall’ideale del servizio fraterno della libertà dei popoli. Ma proprio per questo la narrazione si dispiega su un terreno assai più vasto e variegato, colmando grazie a puntualissime e illuminanti indagini d’archivio una buona parte delle molte lacune biografiche ancora esistenti dopo il pur ottimo e aggiornato profilo d’insieme che di Ricciotti ha tracciato Giuseppe Monsagrati nel fortunato volume collettaneo del 2005 I Garibaldi dopo i Garibaldi. Questo lavoro di Annita Garibaldi Jallet, nipote di Ricciotti e da molti decenni studiosa di vaglia di una storia della famiglia Garibaldi, ovvero di Giuseppe e di Anita e della loro discendenza, sempre saldamente collegata alla storia del nostro paese, della nostra emigrazione nel mondo e alla storia dell’integrazione europea, ha infatti il grande merito di inserire la puntuale e originale ricostruzione della travagliata, irrequieta e spesso sofferente esistenza del suo avo in un contesto ricco di presenze evocate a tutto tondo, in ricostruzioni d’ambiente così vivide, grazie all’invidiabile capacità di scrittura dell’Autrice, da farne risultare nell’immaginazione del lettore un effetto quasi cinematografico.
La parte che riguarda l’infanzia, la giovinezza e la vita di Ricciotti fino ai primi anni ’80 ha poi qualcosa di raro e peculiare per l’intreccio tra il racconto delle sue esperienze e delle sue spesso non piccole traversie materiali e morali e la parallela rievocazione, abilmente sintetica, quanto ficcante, delle imprese e delle vicende esistenziali dell’Eroe dei due mondi, che vediamo collocato per una volta in un ruolo non di protagonista, anche se pur sempre di comprimario, ed è considerato, con l’obiettività distaccata che solo una pronipote poteva imporsi con tanta ferma determinazione, soprattutto nella sua veste e, perché no?, nelle sue mancanze e nei suoi errori, anche se certo non voluti, di padre.
A questo riguardo tra i tanti aspetti felici, e oserei dire “unici” del libro, perché pare di leggervi un atto d’amore, una pietas parentale che nulla toglie al rigore della ricostruzione storiografica, ma che piuttosto vi aggiunge l’attrattiva di un’opera frutto, come attestano le pagine finali, di una grande e profonda ispirazione, e di una devota quanto razionale “missione”, mi ha particolarmente colpita - e sono certa che risulterà avvincente per tutti i lettori - la serie iniziale dei capitoli dedicati ai ricordi “mancati” di Ricciotti e a misurare l’ampiezza del vuoto affettivo in cui questi venne a trovarsi durante l’infanzia e la giovinezza, fino all’incontro davvero fortunato – forse l’unica grande fortuna della sua vita - con la futura e amatissima moglie, Constance Hopcraft. Privato della madre a soli due anni, e per molti anni anche della presenza del padre, costretto all’esilio fino al 1854, Ricciotti è subito sballottato da una casa all’altra, anche a seguito dell’incidente occorsogli quando era ancora a Nizza accudito da nonna Rosa, quando, investito da una carrozza, rimase gravemente ferito a una gamba. Internato, ancora piccolissimo, nel collegio dei Gesuiti di Nizza, dal quale viene presto espulso per il suo carattere ribelle, è portato in Inghilterra da Emma Roberts, grande amica e all’epoca ritenuta “fidanzata” di Giuseppe Garibaldi, poco dopo essersi ricongiunto con il padre, e quindi costretto a stare di nuovo lontano da lui e dai fratelli per altri sei anni, mentre si compiva finalmente il destino unitario della penisola. Da bambino, nota Annita, non ebbe nessuno accanto che gli coltivasse quella memoria dell’infanzia e degli ambienti famigliari in cui avrebbe potuto radicare la propria identità affettiva.
Frutto di un sapiente espediente letterario per introdurre il racconto dei primi anni di vita del giovane Ricciotti, e richiamarne le ascendenze, ma anche, credo di poter dire, dono postumo e commosso al proprio avo di un patrimonio prezioso di vincoli radicali la cui assenza ebbe certo influenza non positiva sulla sua personalità e sul suo carattere, sono le molte pagine dei primi capitoli dedicate a ricostruire i ricordi che Ricciotti avrebbe potuto avere e che invece gli furono negati, ricordi che certo lo avrebbero confortato e rassicurato, dandogli orgoglio e fiducia in se stesso, pur nella situazione di solitudine in cui per molti anni venne a trovarsi.
Così Annita racconta a lui e a noi della famiglia di Ana Maria de Jesus Ribeiro e dei suoi avi partiti dal Portogallo e dalle Azzorre, ci fa vedere con un’efficacia per l’appunto cinematografica, l’abitato di Lajes, fra le lagune, dove i nonni di Anita si erano stabiliti, e lo svolgersi della vita quotidiana a Morrinhos, dove Anita era nata, in una casa su palafitte, come tutte le altre in quella zona paludosa, dove si era sposata giovanissima col maturo calzolaio Manel Duarte de Aguyar, nel 1835, e dove aveva avuto notizia della rivoluzione farroupilha, infiammandosi per i suoi obiettivi. Se fosse vissuta – scrive la nostra Annita- avrebbe parlato ai figli della propria patria e di quei paesaggi, che Garibaldi e lei cercano di ritrovare a Nizza, in una casa che avrebbero dovuto abitare nel rigoglioso Vallone del fiume Magnan, e poi lui, ormai solo, a Caprera, nostalgico fino alla fine della selvaggia natura brasiliana in cui aveva vissuto i suoi giorni più felici.
E certo mamma Anita avrebbe anche ricordato ai suoi piccoli gli anni vissuti nella piccola semplice casa di Calle del Porton a Montevideo, dove Ricciotti era nato il 24 febbraio 1847. Anche al riguardo la descrizione, rapida e vivida, è bellissima.
Ricciotti ha dieci mesi quando, a fine dicembre di quello stesso anno, Anita con i figli e altre famiglie di legionari italiani si imbarca alla volta di Genova, a preparare il ritorno di Garibaldi e dei suoi volontari, nel momento in cui la situazione appare favorevole a una ripresa della lotta per la causa italiana. Anche di questo viaggio Ricciotti avrebbe meritato di ascoltare e fissare nel proprio animo e nella propria fantasia la rievocazione.
Scrive Annita: “ Il piccolo Ricciotti ha una culla sul mare, e in quei due mesi di navigazione il seno di sua madre come sola sicurezza e fonte di benessere. Chissà quali segreti si saranno detti, una dolcezza che lui non ricorderà, ma gli sarà rimasta nell’inconscio, si vuole sperare, tra le poche che la vita gli concederà” (p.38).
Nella memoria di Ricciotti, di Montevideo sembra non essere rimasto nulla. Apprendiamo che ebbe l’occasione di visitare brevemente la casa in cui nacque, nel 1899, ma che non lasciò alcun commento, come se non ne avesse provato una grande emozione. Forse, scrive ancora Annita, cercò inconsciamente quel mondo che gli era stato negato, fatto di grandi spazi, di libertà di vita, di battaglie a cavallo, di territori senza leggi, quando scelse di partire per l’Australia, o nei suoi sogni di colonizzazione in Patagonia, senza però sapere che quello era un mondo ormai scomparso.
Un altro luogo singolarmente assente o rimosso dalla memoria di Ricciotti fu Nizza, dove si trovava una numerosa parentela paterna, e dove avrebbe potuto individuare e coltivare almeno una parte delle proprie radici. Neppure di Nizza e dei parenti nizzardi egli parlerà mai nei suoi scritti. E’ Annita a ricostruire con mille particolari paesaggi, atmosfere e persone che egli avrebbe potuto ricordare. Ma al suo ritorno in Italia, dopo il lungo esilio sudamericano, Garibaldi vi trascorre solo pochi giorni, in gran parte impegnati in manifestazioni patriottiche, per ripassarvi brevemente, dopo la tragedia della morte di Anita, a salutare i suoi cari, prima di partire per il nuovo esilio, ai primi di settembre del 1849. E del resto Anita, affidati i figli a nonna Rosa, era partita con il suo sposo, nell’ottobre 1848, per la spedizione verso il sud, poi deviata verso l’Italia centrale, rimanendo con lui alcuni mesi, lo aveva nuovamente raggiunto a Rieti, nel marzo ’49, ed era ripartita per Roma a giugno, per l’ultimo tragico viaggio.
Garibaldi è esule a New York quando il piccolo, che non ha ancora tre anni, subisce l’incidente cui si è fatto cenno e che, scongiurato da abili medici, tra i quali Agostino Bertani, il pericolo di amputazione della gamba offesa, lo lascerà zoppicante e menomato per il resto dei suoi giorni. L’incidente significa anche allontanamento dalla nonna, poiché durante le lunghe prime cure è ospitato a Genova, prima dai Bertani e poi dalla famiglia Camozzi, sulle colline di Albaro. Poco dopo muore nonna Rosa (19 marzo 1852) e Ricciotti, sistemato nel collegio dei gesuiti dal tutore Augusto Garibaldi, ne è espulso, come già ricordato, per indisciplina e con l’accusa di avere causato un incendio, a soli sei anni. E’ il 1853, e il piccolo ribelle è accolta a casa dei coniugi Deidery, che stanno allevando la sorellina Teresita, mentre Menotti è in collegio. Sembra l’inizio di un periodo più sereno, ma circa un anno dopo, il ritorno di Garibaldi dall’esilio americano (8 maggio 1854 è a Genova, il 2 giugno a Nizza) e la sua decisione di stabilirsi a Caprera segnano un nuovo decisivo cambiamento nella vita di Ricciotti. Poco prima, nel corso di una lunga sosta in Inghilterra, a Newcastle e a Londra, Garibaldi ha stabilito un vincolo inizialmente amoroso, e ben presto destinato a diventare di solida affettuosa amicizia, con Emma Roberts, una facoltosa vedova della buona società poco più anziana di lui, che a fine 1854 deciderà di visitare con lui Caprera, accompagnata dai figli e dalla giovane Jessie White, istitutrice della figlia.
Nemmeno Caprera , la Caprera di quel primo vero incontro con il padre, di cui Ricciotti fino a quel momento ha conosciuto solo il mito, lascia tracce evidenti nella memoria dell’uomo maturo. Forse anche quello - rileva l’Autrice - fu per lui luogo di sofferenza e di delusione affettiva, vicino a un padre invecchiato prematuramente e “inselvatichito” che, per il momento tutto dedito alla valorizzazione della sua nuova proprietà, piccolo regno personale, non dedica sufficiente attenzione ai figli.
Anche di Caprera e la Maddalena, come erano in quel tempo, e dei personaggi più significativi con i quali Garibaldi era in contatto e in amicizia Annita tesse sapientemente il ritratto, ancora una volta a surrogare il vuoto di memoria dell’avo. Tra i notabili del luogo, oltre all’amico Pietro Susini, conosciuto all’epoca del breve ma determinante soggiorno maddalenino di Garibaldi, nel settembre-ottobre 1849, all’inizio assai travagliato del suo secondo esilio, e principale tramite dell’acquisto della proprietà di Caprera, ci sono gli inglesi Capitano Daniel Roberts, residente a Cala Gavetta e la coppia Richard ed Emma Clara Collins, che abitano sul passo della Moneta e possiedono metà dell’isola di Caprera.
Dando un’ennesima prova delle sue doti di segugio genealogico Annita sfata l’affermazione di Ricciotti, rimasta a lungo accreditata, secondo la quale Emma Roberts sarebbe stata la sorella del capitano Roberts, e fornisce ampia prova, sulla base di una ineccepibile documentazione d’archivio, e di accurate ricerche in loco, delle diverse origini famigliari ed esperienze di vita dei due personaggi.
Al termine del suo soggiorno nell’isola, che rivela definitivamente l’incompatibilità degli stili di vita di Emma e del suo “fidanzato”, la gentildonna inglese, coadiuvata dalla giovane Jessie White, porta con sé Ricciotti in Inghilterra, per curarne l’istruzione. Dopo un periodo di quasi due anni trascorso nella sua casa, fascinosa per i tanti cimeli esotici di una famiglia di alti funzionari della Compagnia delle Indie e confortevole per il benessere che dispensava ai suoi abitatori, e rallegrata anche dalle cure affettuose di Jessie, - sono i primi ricordi piacevolmente impressi nella sua memoria pubblica di adulto - il piccolo Garibaldi, ormai decenne, dopo un periodo trascorso a casa di Jessie, è inviato in collegio a Liverpool, spesso però ospitato da Emma nei periodi di vacanza e costantemente curato per i suoi problemi alla gamba malata. Garibaldi segue con sollecitudine la salute, i progressi e le intemperanze del figlio, manda più volte il dott. Fabrizi a visitarlo, con la speranza, destinata a essere frustrata, di una sua completa guarigione.
Quando, terminati gli studi, nel 1861, Garibaldi ne esige il rientro in Italia, a Caprera, la delusione è reciproca. Ricciotti zoppica irrimediabilmente, non sa quasi parlare in italiano, ha studiato poco e male, ha un carattere difficile. Il padre, che le amiche inglesi gli avevano insegnato ad ammirare come un grande eroe, gli appare nelle vesti di agricoltore appassionato, che vorrebbe iniziarlo alla vita del colono, mentre egli sogna istruzioni militari e iniziazione alle battaglie. Ricciotti non ama Caprera e i rapporti con il genitore sono difficili.
Dopo Aspromonte abbraccia sempre più convintamente la causa repubblicana, rimanendo peraltro assai distante dalle posizioni di Mazzini. Nel 1864, con Menotti, Guerzoni e Basso accompagna Garibaldi nella trionfale visita a Londra, con il fratello incontrando “casualmente” la regina Vittoria nel parco di Windsor. Non c’è tempo per salutare Emma Roberts, che rimane molto delusa.
Annita definisce annus horribilis di Ricciotti il 1865, segnato dall’arrivo a Caprera di Francesca Armosino, diciannovenne, la cui relazione con il padre lo riempie di ira e di gelosia, mentre Teresita e Menotti finiscono con l’accettarla. Per fortuna arriva finalmente il momento delle sue prime prove militari, dopo altri soggiorni a Londra, da Emma Roberts: nella terza guerra di indipendenza ottiene, diciannovenne, di potersi arruolare nel corpo delle guide a cavallo, fra i Cacciatori delle Alpi e per il coraggio e il valore mostrati a Bezzecca conquista la sua prima medaglia d’argento, che tuttavia restituirà sdegnato al momento dell’armistizio. Pochi mesi dopo è autorizzato da Garibaldi a partecipare alla spedizione di Luciano Mereu che intendeva portare aiuto agli insorti di Creta e ne prende il comando formando al Pireo una Legione garibaldina; deve però rientrare in patria senza combattere per evitare un incidente diplomatico con le potenze europee.
Dopo un infruttuoso tentativo di raccogliere fondi e aiuti in Inghilterra per quella che sarà di lì a poco la sfortunata campagna dell’Agro Romano, nell’autunno del 1867, efficacemente contrastata da Mazzini, Ricciotti, ventenne, vi prende parte al fianco di Menotti, fornendo una nuova buona prova del suo coraggio e della sua volontà di non essere da meno del fratello maggiore. L’esito gli procurerà una nuova cocente delusione e nuova rabbia, ma le esperienze di quella sofferta spedizione, anch’esse espunte dalle sue memorie scritte, lasceranno una traccia durevole nella sua esistenza futura: si ricorderà, molti anni dopo, di una sosta effettuata nel territorio di Riofreddo, dove alla fine degli anni ’80 deciderà di acquistare un vasto terreno per costruirvi una casa-castello quale dimora estiva, dove vivrà molti anni con moglie e figli e dove grazie alla cure e iniziative di Annita è oggi custodito e valorizzato il lascito delle memorie famigliari; inoltre, ci ricorda il libro, salvato da una pallottola grazie all’eroismo del giovane Sante Lenari, darà il suo nome al quarto figlio maschio, Sante, il papà di Annita, nato nel 1885.
La consacrazione della sua vocazione e abilità di ufficiale e comandante, non solo nel giudizio dei contemporanei e dei posteri, ma, certo finalmente appagandolo, anche in quello del padre, sempre un poco scettico nei suoi confronti, verrà dalla sua partecipazione alla guerra franco-prussiana del 1870-71, al comando della IV brigata dell’Armata dei Vosgi, le cui vicende sono particolareggiatamente illustrate nel nostro volume. E’ il momento di maggiore sintonia tra Giuseppe e Ricciotti Garibaldi: quest’ultimo è fiero del proprio padre, e del suo grande carisma sui soldati e sulle folle, e il Generale è fiero di lui, anche se pochi mesi prima, in maggio, si era mostrato fieramente avverso alla folle avventura che in Calabria lo aveva portato a guidare un improbabile tentativo di insurrezione repubblicana nel comune di Filadelfia, finendo in carcere per alcuni mesi. La Brigata di Ricciotti si distingue in Francia per alcune entusiasmanti vittorie sul nemico prussiano nella zona di Digione e l’episodio che la rende celebre e onorata è la conquista, ad opera di un suo milite, della bandiera del nemico (Annita ci informa diffusamente sulle figure dei due volontari (Victor Curtat e Perret) che si contesero la presa della bandiera e il conseguente onore). Bandiera che Ricciotti fece avere al padre e che fu da questi inviata al Ministro della Guerra. La rievocazione dell’episodio, immortalato in un buon numero di quadri, che troviamo riprodotti nel libro, e, appunto, sullo sfondo della copertina, ha spinto Annita a compiere con successo un’altra delle sue meritorie e difficili ricerche, per seguire le tracce di quella bandiera fino ad oggi, o meglio fino alla sua scomparsa, durante la distruzione di Berlino, dopo essere stata portata là da Hitler.
Anche la campagna di Francia termina con un’amara delusione per Garibaldi, trattato con ingratitudine e ostilità da una buona parte dei deputati della nuova Assemblea Costituente, in cui egli stesso è stato eletto, ma che si vuole escluso, in quanto straniero, mentre il peso dell’apporto militare garibaldino è calunniosamente sminuito. Se ancora una volta il ritorno a Caprera può lenire le ferite morali dell’Eroe dei due mondi, la fine dell’impegno militare, che gli è valso una medaglia al valore del governo francese al momento dell’armistizio, segna per molti anni una nuova svolta nella vita di Ricciotti, che , come il fratello maggiore, non volendo rimanere a Caprera accanto a Francesca Armosino, deve dare un senso alla propria esistenza e procurarsi nel mondo civile le risorse necessarie al proprio sostentamento. Già alla fine degli anni ’60 si rivela interessato, come il fratello Menotti a partecipare a progetti di grandi opere e di colonizzazione di territori oltremare. La creazione di una società da parte di Menotti e altri soci (Achille Fazzari, promotore del progetto e Luigi Caruso) per la costruzione di una galleria ferroviaria e di una strada provinciale in Calabria, lo aveva portato in quella regione con la prospettiva di un lavoro, suscitando la soddisfazione del padre, ma se ne era fatto ben presto distogliere per abbracciare il progetto insurrezionale di Filadelfia, fomentato da Raffaele Piccoli, già combattente della Repubblica romana e garibaldino dei Mille e dall’avvocato Giuseppe Giampà. Poco prima aveva sostenuto senza successo, e con molto scetticismo circa un suo possibile ruolo da parte di Garibaldi, che lo vedeva sì geniale, ma prodigo con il denaro e del tutto privo di seria volontà di lavoro, un piano di colonizzazione della Sardegna. Alla ricerca di una sistemazione, vive per tre anni fra Italia e Inghilterra, finché qui, in circostanze che restano al momento ignote, e sulle quali Annita non manca di fare convincenti ipotesi, conosce e sposa nel 1874 Harriet Constance Hopcraft, figlia di un tipografo probabilmente legato ad Angelo Tornaghi, uno scienziato amico di Garibaldi. Non manca un approfondito excursus sulla famiglia di Constance e su tutta la parentela acquisita, con la quale tuttavia non sembra che Ricciotti e i suoi figli abbiano intrattenuto rapporti.
Fortemente impregnata di cultura vittoriana e del filantropismo religioso che all’epoca aveva conquistato le giovani borghesi della capitale britannica, Constance con il suo determinante sostegno alle non poche traversie del suo sposo, diventa, a partire dal sesto capitolo, con la sua abnegazione e con la sua fattiva collaborazione anche nei momenti più bui della famiglia, l’ eroina discreta quanto ammirevole del volume.
All’indomani del matrimonio (2 luglio 1847) i due sposi partono per l’Australia, stanziandosi a Melbourne, dove rimangono fino al 1881, tentando varie attività, ma riducendosi in condizioni di vita sempre più precarie, mentre si susseguono le nascite dei primi figli. Constance Rose (1876), Annita Italia (1878), Giuseppe (1879), Irene Teresa (1880) morta ad un mese. Il racconto di questi anni documenta anche la situazione dell’immigrazione italiana ed europea in quel continente. Sono anni bui per Ricciotti e a lungo su di essi era calato il silenzio. Annita non teme di farvi luce. Ci informa anche sui suoi tentativi, peraltro vani, di organizzare un flusso di emigrazione italiana in Australia, attraverso la costituzione di un Comitato coloniale italiano, che avrebbe voluto promuovere la costituzione di una colonia agricola di 100 famiglie di contadini italiani. Ricciotti propugnava paternalisticamente l’associazione di imprenditori e lavoratori, suscitando l’ostilità del nascente sindacato di questi ultimi, guidato con successo, nelle colonie australiane, da Francesco Sceusa, che non perde l’occasione di polemizzare con lui sull’ “Avanti”, di cui era corrispondente.
Il capitolo sulla permanenza di Ricciotti in Australia fornisce ad Annita l’occasione per un altro gustoso excursus, che riguarda il cammino di due spade, da lei abilmente ricostruito, con la consueta capacità di venire a capo di ricerche davvero impervie. Un spada è quella, di notevole valore, offerta a Garibaldi da un gruppo di donatori australiani, più qualche italiano, nel 1861. Garibaldi la riceve nell’estate di quello stesso anno. Oggi quella spada è perduta, scomparsa da Caprera.
L’altra spada, anch’essa assai costosa, e quindi forgiata forse anche con la partecipazione del governo francese o della città di Digione, è quella offerta a Ricciotti dai volontari della IV Brigata dell’Armata dei Vosgi, e inviata a Caprera, che Garibaldi spedisce al figlio a Melbourne. Annita ce ne offre una precisissima descrizione e nota che, malgrado le difficoltà economiche sopportate in Australia, la spada era ancora in suo possesso nel 1881, quando si risolve a impegnarla presso un gioielliere ebreo, insieme ai preziosi della moglie, per ottenere il denaro necessario a fare ritorno in Italia. Non essendogli stato possibile riscattarla, sarà venduta all’asta nel 1886 e acquistata, a poco prezzo, da Alfred Thomas Clark, un politico e uomo d’affari originario di Londra, considerato amico di Garibaldi. Nel 1896 i suoi eredi la fanno avere a Constance allo stesso prezzo di acquisto e la spada diventa di proprietà di lei. Finita nell’eredità di Annita Italia nei suoi ultimi mesi di vita è venduta come parte della collezione a sciacalli che si sono introdotti nella sua casa. Riacquistata dall’esperto d’armi Terenzi è poi fatta mettere all’asta dagli eredi e oggi se ne è persa traccia.
Sugli anni intercorsi tra il 1871 e il 1897, anni di traversie per nulla gloriose, nota Annita, il suo biografo e collaboratore nella stesura dei suoi libri di memorie di guerra, Giovanni Alberto Castellani, nella biografia dedicata a Ricciotti in un numero di “Camicia rossa”, nel 1937, dall’eloquente titolo L’ardente ed eroica vita del generale Ricciotti Garibaldi aveva sorvolato, limitandosi a dire che era vissuto tra l’Italia e l’America, dedicandosi a “varie industrie” e raramente affacciandosi alla vita pubblica. Della ricostruzione di questi anni, nei quali in realtà matura la sua idea di trasformarsi in testimone della tradizione garibaldina, si occupa il capitolo settimo del volume. Cosciente di essere stato estromesso da Caprera a beneficio di Francesca Armosino e dei suoi figli, affidata dal padre a Menotti, in cui Garibaldi riponeva tutta la sua fiducia, la propria parte del Dono nazionale, Ricciotti si stabilisce a Roma e tenta, non senza iniziali insuccessi elettorali, la via dell’affermazione politica, appoggiandosi al populista repubblicano Francesco Coccapieller, dei cui giornali “L’Eco dell’operaio” e “Enzo II” si fa finanziatore, grazie al recupero del Dono nazionale. Contraendo un grosso debito per l’acquisto di un grande terreno (3000mq) in Vicolo Alberoni, presso via Nomentana, nel 1883 si lancia in un progetto di speculazione edilizia, ed eletto deputato nel 1887, cerca di sostenere in Parlamento provvedimenti a favore della concessione di crediti all’impresa edilizia che tuttavia egli argomenta come necessari a fronteggiare la crisi occupazionale dei lavoratori. I suoi interventi sollevano in Parlamento la fiera opposizione di Andrea Costa, e non ottengono risultato. Intanto fallisce, nel 1889, la Banca Tiberina che gli aveva concesso il credito ed egli, a propria volta insolvente, nel 1890 è costretto a dimettersi dal Parlamento, ne subisce la deplorazione (1893) e deve ritirarsi per quattro anni nelle stalle del terreno di Riofreddo che ha da poco acquistato con l’idea di costruirvi un castello, in condizioni di penosa ristrettezza, che solo la virtù e la tenacia di Costanza, capace di dedicarsi ai lavori più umili per nutrire la numerosa famiglia, e il sostegno dell’amico principe Odescalchi, riescono ad alleviare. Ma nel 1895 anche i beni di Riofreddo sono perduti a favore della Banca d’Italia creditrice e la famiglia, dove intanto vengono al mondo gli ultimi figli, Ezio e Giuseppina, è autorizzata a rimanere, per vivere, nella stalla. I beni saranno recuperati da Costanza, e a poco a poco migliorati, grazie all’arrivo dell’eredità materna. Da quel penoso ritiro Ricciotti esce quando è sollecitato dal neonato partito repubblicano a partecipare alla campagna in aiuto della Grecia aggredita dai turchi, nel 1897: in essa, all’età di 50 anni, si consacra erede e capo della tradizione garibaldina, recando con sé il figlio Peppino. A guerra terminata, può tornare a Roma.
Una nuova avventura sfortunata, che procura a Ricciotti una grossa delusione, è il progetto di colonizzazione agricolo-militare della Patagonia, concepito insieme al principe Odescalchi e al presidente degli imprenditori argentini, Carlos Pellegrini. Per questo si reca a Buenos Aires, con Costanza e Annita Italia. Peppino è già là, dove si è trasferito in cerca di una sistemazione, e passerà poi in Uruguay, prima di essere sollecitato dal padre a partecipare alla guerra anglo-boera in Sudafrica, a sostegno degli inglesi, quindi in Venezuela, a combattere contro il tiranno Castro. Nell’Esercito d’Oriente Peppino ottiene il grado di colonnello, ma poi è fatto prigioniero e grazie all’intervento dell’Ambasciata d’Italia può tornare in patria. Riprenderà poco dopo la sua vita avventurosa di erede della dinastia garibaldina. Anche gli altri figli maschi di Ricciotti vanno a cercare la loro fortuna nel mondo, Ricciotti jr in Egitto, Menotti jr in Cina, Bruno a Cuba, mentre Costanza si impegna a migliorare la tenuta di Riofreddo, sui cui progressi e sulle cui problematiche, anche per quanto riguarda la costruzione della casa-castello, molto ridimensionata rispetto al progetto originario, il libro informa diffusamente.
Un’altra delusione varrà a Ricciotti la battaglia legale intrapresa dopo la morte dei fratelli Menotti e Teresa, nel 1903 contro Francesca e i suoi figli, per cercare di recuperare Caprera, ormai divenuta monumento nazionale, o quanto meno esservi sepolto. Per aiutare la causa, Costanza fonda a La Maddalena un ospedale, di cui continuerà ad occuparsi anche negli anni a venire.
Ricciotti contesterà anche, nel 1906, l’iniziativa di erigere un monumento ad Anita sul Gianicolo, proponendo piuttosto di dedicarne uno a tutte le donne del Risorgimento, mentre nel 1930 Peppino in una lettera allo scultore Mario Rutelli darà una serie di indicazioni su come esso avrebbe dovuto essere.
Era stata invece Francesca Armosino a porre il suo veto alla collocazione del busto in bronzo di Anita, per il quale aveva posato la figlia minore di Ricciotti, nel cimitero di Caprera, nel 1907.
Il libro ci parla anche delle concrete e fattive iniziative assunta da Ricciotti nella sua veste di consigliere comunale di Riofreddo, nel 1910, e delle attività caritatevoli e sociali di Costanza, Presidente della Congregazione di Carità e, dal 1912 Direttrice perpetua del locale Ambulatorio.
Intanto Ricciotti orienta la sua idea di tradizione garibaldina verso l’rredentismo e l’interventismo. Dopo una nuova spedizione in Grecia, nel 1912, guarda all’Albania e alla causa della sua indipendenza. Quando si scatena la guerra balcanica richiama i figli dall’estero. Arrivano Ricciotti jr, Sante dall’Egitto, si arruolano Costante ed Ezio, che ha solo 15 anni, e si forma una legione internazionale, di 800 italiani e altri 400 tra greci e altri stranieri, in Epiro, che tuttavia dovrà ritirarsi. Ma ormai la tradizione dinastica è fondata e i figli sono consapevoli di dovere in futuro rispondere ad altre chiamate. Di questa spedizione Ricciotti dà conto nel libro del 1915, La camicia rossa nella guerra balcanica-Campagna in Epiro 1912.
Annita rileva tuttavia come nello scenario europeo del XX secolo cominciassere a venir meno la ragion d’essere e la legittimazione dell’interventismo garibaldino. Ormai, con il suffragio allargato, i governi avevano una legittimazione democratica, i filoni di pensiero che si rifacevano a Garibaldi si erano differenziati, non vi era più una tradizione unitaria, e l’unica forma di legittimazione era il voto: non c’era più spazio per il garibaldinismo dinastico. Il reclutamento di volontari passa attraverso i partiti, repubblicani, socialisti, anarchici. Cominciano le critiche, soprattutto ai nipoti dell’Eroe. Le idealità che avevano sorretto l’azione di Garibaldi erano ormai fuori tempo e non era sufficiente sostituirvi, come credeva Ricciotti – lo ha scritto Monsagrati – l’efficienza organizzativa e la consistenza numerica delle formazioni volontarie .
Dopo averlo severamente criticato, e dopo l’eroico intervento nelle Argonne, che rinverdisce il mito garibaldino, Mussolini pensa di sfruttarne temporaneamente la fama, e raccoglie i sopravvissuti attorno a sé, per avvalorare l’idea di una continuità tra camicia rossa e camicia nera.
L’ultimo capitolo “Eredità plurale”, illustrando le personalità e i destini dei figli maschi di Ricciotti, due dei quali, Bruno e Costante, caduti nella campagna delle Argonne, mostra tutta la difficoltà di tenere viva durevolmente, nei difficili anni della prima Guerra mondiale, del dopoguerra e del fascismo, una dinastia unitaria garibaldina. cui partecipa anche Anita Italia, in veste di infermiera e di segretaria, anche se più tardi avrà parole assai critiche verso quelle esperienze di guerra. L’ impossibilità di continuare a tenere vive legioni autonome di volontari, che già la Francia, nel ’14, non aveva consentito, inquadrando i garibaldini nella Legione straniera, è testimoniata dal fatto che i figli superstiti di Ricciotti nel ’15 devono arruolarsi nell’Esercito italiano e invitare gli aspiranti a far parte di una Legione garibaldina a fare altrettanto. Le biografie dei singoli fratelli, tutti valorosi combattenti, mostrano del resto la loro divaricazione politica. Ezio lega le proprie fortune allo stretto legame col fascismo e con Mussolini; Peppino, che insiste nel suo ruolo di erede della tradizione accreditata da Ricciotti, si avvicina alla massoneria, e assume atteggiamenti di opposizione al Regime che peraltro, pur nella dura critica alla scelte di Ezio, che giudica vilmente opportunistiche, rimangono deboli, non fattivi, e non privi di qualche ambiguità. Starà comunque negli Stati Uniti tra il 1924 e il 1940. Menotti jr sviluppa un’attività lavorativa in Cina e tornato in Italia, rientra nell’Esercito, assumendo la tessera del PNF, ma paga con il confino il suo dissenso politico. Malato gravemente muore prematuramente nel 1934, a Colombo (Ceylan), in veste di Console d’Italia; Sante, infine, dopo aver conquistato numerose medaglie al valor militare nella guerra mondiale, si dedica alla vita civile, fondando in Francia, dove coltiva le relazioni con i reduci delle Argonne, costituiti in associazione, una impresa di costruzioni edili. Oppositore del fascismo fin dalle sue origini, tenta invano di trasferire la sua attività in Italia, ma deve desistere a causa delle persecuzioni squadriste contro i suoi operai. Tornato in Francia, sempre osteggiato dal fratello Ezio, entra nella Resistenza italiana all’estero e per questo subirà la prigionia e l’internamento nel campo di Dachau, a seguito del quale morirà pochi mesi dopo la sua liberazione.
Abbandonata la tradizione militare dinastica, tra i figli di Ricciotti – questo non lo scrive Annita, certo per pudore di figlia, e perché si guarda dal pronunciare giudizi di valore sulle persone – ma mi sento di dirlo io, anche come Presidente di una Sezione ANVRG intitolata a Sante Garibaldi – è proprio Sante il più fedele al modello valoriale incarnato dal grande nonno, di impegno generoso per la libertà degli italiani e dei popoli,
Il loro padre, Ricciotti, muore nel 1924, a settantaquattro anni, e dei suoi solenni e affollati funerali romani alcune rare immagini fotografiche mostrano tutta l’imponenza e solennità. Sfumato il suo sogno di una sepoltura a Caprera o sul Gianicolo, avrà una tomba offerta dal Governatorato di Roma nel Cimitero monumentale del Verano, dove lo raggiungeranno Costanza, nel 1941 e poi, via via i figli. Il Regime decreta di assegnare alla moglie, e dopo la sua morte alle figlie Rosa e Annita Italia, la pensione del padre, di 10.000 lire annue. Mentre Ezio divenuto Console generale della Milizia Volontaria da lui istituita, all’indomani della marcia su Roma promuove una serie di provvedimenti a favore dei veterani delle patrie battaglie, degli invalidi e dei reduci garibaldini, il padre, soddisfatto di questi sviluppi, pronuncia un giudizio abbastanza indulgente sul fascismo, che tende a vedere come dittatura temporanea, secondo la concezione che ne aveva Garibaldi e la pratica che ne fece nell’Italia meridionale. La morte gli risparmia il disinganno e il dolore di vedere i suoi figli impegnati su fronti contrapposti
Anche l’ultimo grande progetto di vita dello sfortunato Ricciotti, quello in cui si era più convintamente tradotto il suo tormentato e pur fortissimo legame con il padre-Eroe, e il suo spirito di rivalsa anche sulla menomazione fisica che lo aveva afflitto, il progetto della tradizione dinastica garibaldina, era ormai sull’orlo di un inesorabile naufragio, come quasi tutte le imprese in cui si era gettato e aveva gettato la fedele e instancabile Costanza, e le due figlie Rosa e Annita Italia.
Come frutto di tante fatiche e di tanti progetti avventurosi, lasciava la proprietà di Riofreddo, tenacemente riconquistata e amata dopo le traversie economiche dei primi anni.
Accanto al valore militare, indubbio, e alle doti di comando, malgrado la sua irrequietezza di sognatore e la sua costante incapacità di adeguarsi ai condizionamenti della vita pratica, certamente dal padre aveva assimilato l’energia indomita, la forza di non soccombere alle più deprimenti disavventure e di ricominciare ogni volta con fiducia e con grinta a impegnarsi per le cause in cui credeva, nella vita civile come in quella politica e militare. Anche in questo fu garibaldino, garibaldino “irredento”, come recita il bel titolo di questo volume, che peraltro mi piacerebbe sentire commentare e spiegare dall’Autrice.
Le belle pagine dell’Epilogo ci mostrano in che modo la storia di Ricciotti , Costanza, Rosa e Annita Italia, attraverso la loro nipote Annita, cresciuta in Francia con la sua mamma e privata nella sua prima infanzia del suo papà Sante, quasi alla stessa età in cui Ricciotti aveva perso la sua mamma, si saldi con la storia di questo libro, che è una storia lunga, di amore per le radici, anche in questo caso di restituzione integrale e accurata delle memorie familiari, per molto tempo almeno in parte mancate. Annita scopre la casa di Riofreddo nel 1970, in abbandono e da allora si dedica al recupero di quel singolare edificio, e delle tante memorie famigliari che vi sono legate. Oggi quella casa è un originale e apprezzato Museo civico, di cui Annita continua ad occuparsi con sollecitudine e generosità del proprio tempo. Quarant’anni di appassionate quanto scrupolose ricerche storiche concernenti i singoli membri della famiglia, a cominciare dal grande Bisnonno, ma più in generale tutto il contesto mondiale degli ultimi duecento anni, sono confluiti con solida leggerezza in questo libro, che ben possiamo considerare un dono prezioso di vita, oltre che una fonte di nozioni e notizie in gran parte nuove e di grande interesse, che come si può vedere dalle tante puntuali annotazioni, Annita ha ricavato grazie anche ai suoi molti viaggi per il mondo, compulsando reconditi archivi e grazie alla risposta entusiasta di una vasta rete internazionale di studiosi amici.
E’ questo un libro assolutamente conforme alle regole della storiografia scientifica, ma illuminato e reso avvincente da una luce di fede e di amore, che ricorda l’ispirazione autenticamente risorgimentale, mazziniana e garibaldina, la cui fonte più diretta troviamo espressa con lirica discrezione nelle sue righe finali. E’ certo un’invidiabile soddisfazione aver potuto portare alla luce un’opera di questo valore e significato. Ma siccome l’invidia è un brutto sentimento, invito tutti a immedesimarsi con gratitudine nella gioia dell’Autrice e a festeggiarla per questo approdo così importante anche nella sua vita.

Anna Maria Lazzarino Del Grosso

Caprera-La Maddalena 26 agosto 2012.

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